
Musica
Il meglio di… Milano, dell’hype, della musica, dell’arte
Intervista a Dodicianni
A cura di
Bernardo Maccari
Immagini di
Dodicianni
☝🏻 Abbonati a Ratpark Magazine
☝🏻 Condividi se ti è piaciuto!
Approcciarsi a una qualsiasi forma d’arte è esercizio complesso: ci sono molti modi direbbero gli Afterhours. Nel caso di Andrea Cavallaro, in arte Dodicianni, che artista neanche sa se lo è, o se vuole esserlo, l’approccio all’arte è un’arte in sé. Considerando la sua storia, le sue esperienze, la sua musica, non potrebbe essere altrimenti.
Trasferitosi a Milano dopo una vita passata in provincia, Andrea ha portato molto di sé in una città da lui stesso definita cinica e terribile, trasformandone i pregi e i difetti in un’occasione per esprimersi. Artista originale e poliedrico, unisce al percorso di studi in pianoforte presso il conservatorio di Adria una laurea in Storia e Tutela dei Beni Culturali, esperienze formative che si mescolano continuamente nei suoi lavori.
E tra le caratteristiche (o i difetti?) di Milano c’è senza dubbio la sua tendenza ad assuefarsi e assuefare a un meccanismo dominante per chi lavora in campo musicale, quello dell’hype, che secondo Andrea è “importante non subire, ma domare”. E che Andrea approccia in modo molto specifico:
“Qual è la logica che sta dietro all’hype nelle serate? Lo vedo spesso nei miei colleghi. A Milano ci sono tanti concerti, letteralmente si può scegliere ogni sera tra 15 concerti. Due, tre concerti di musica dello specifico genere di cui si è appassionati. Molto spesso i colleghi scelgono in base alla fama dell’artista. Qual è il più importante che conosco tra quelli che suonano stasera? Andrò a vedere quello perché sicuramente ci troverò gente che conta, ci troverò un giro importante, eccetera eccetera. Io dico che mi piace Milano perché cerco di fare questo ragionamento scevro dal discorso “hype”. A me piace che ci siano tanti eventi; io vado all’evento che più mi piace”.
Se dunque c’è un tentativo di prendere in mano, di avere il controllo degli stimoli che arrivano dall’esterno, è inevitabile che il modo in cui si cerca di stimolare l’ambiente da cui quegli stimoli provengono abbia delle caratteristiche particolari.
E da qui nasce la domanda sul suo ultimo EP, e sulle particolari modalità con cui è stato presentato al pubblico. Lavoro che parla ancora di passato, Il Meglio Di è un finto best of che raccoglie episodi di vita specifici di cui Andrea ha deciso di parlare attraverso la musica. Già il titolo indica la volontà di scherzare, giocare o addirittura truffare il pubblico e gli ascoltatori, ma non è l’unico segnale di questa volontà.
Racconta Andrea: “Molte volte, circa da un anno, attacco manifesti anonimi, su cui sono scritti estratti dei testi delle canzoni. La notte mi punto le sveglie col freddo, col caldo. È stato un impegno. Molte molte molte volte addetti ai lavori, ma anche colleghi e amici mi hanno detto: “Andrea, devi firmarli! Firmali perché ti ritornano indietro un sacco di follower, un sacco di pubblicità!”.
Io mi sono sempre opposto a questa cosa, tutt’ora mi sto opponendo: è stata un po’ la ratio con cui abbiamo fatto tutta la promo. Ci siamo chiesti (con Bloom Promotion e Nevada Production ndr), vogliamo colpire la gente nel breve periodo o vogliamo provare a lasciargli qualcosa? Cioè vogliamo, la sparo grandissima, vogliamo fare marketing o vogliamo fare arte? Ok, se vogliamo fare marketing, benissimo, mettiamo un QR code, me la firmo, ok. Se invece vogliamo fare arte, non ci deve essere nulla di tutto ciò”.
Ma questa è stata solo una fase di preparazione: a mesi passati a spargere manifesti è seguito il lancio dell’EP, avvenuto con una modalità incredibilmente originale: un ascolto guidato clandestino all’hangar bicocca di Milano, durante il quale le canzoni venivano raccontate direttamente in cuffia ai partecipanti, associandole ad alcune delle opere esposte, mentre all’interno del museo tutto il resto procedeva serenamente.
E ai partecipanti, è bene sottolinearlo, non era stato spiegato a cosa andavano incontro: “Anche qui è stata la grande truffa: dire ti devi così tanto fidare, devi così tanto sposare la causa che non ti dico neanche cosa vieni a fare. Tu non lo sai, ti dico solo che devi venire. Se vuoi fare veramente un preascolto di questo disco qua, dobbiamo fare un patto. Parlo anche di questo quando parlo di governare l’hype, perché io non ti do motivo specifico per venire, non ti dico facciamo un evento gigantesco all’Hangar Bicocca, lo scopri dopo. Lo scopri dopo che è una cosa pazza che magari se l’avessi saputo prima ti saresti detto “No, che figata, ci vengo”. Perché non voglio che tu venga perché Dodicianni fa un evento, perché c’è sta roba qua che è una cosa bella. Tu vieni perché a te interessa il preascolto del disco”.
Chi è andato all’Hangar Bicocca avrà sentito dunque dei brani il cui tema principale sono le relazioni personali e che parlano di situazioni e sensazioni strettamente legate alla personale esperienza di vita di Andrea, che spiega che “ci sono cantanti che hanno la fortuna di riuscire a scrivere cose universali, cose gigantesche, cose per tutti. Io purtroppo non ho questo dono, anzi sono più un cantante dei piccoli episodi” e questa sua tendenza ad evitare l’universale si collega con un altro aspetto fondamentale del suo modo di intendere la musica, ovvero il suo modo di intendere i live.
Nel corso della nostra conversazione una parola mi è rimasta impressa: sussurrare. Utilizzata varie volte per descrivere il metodo in cui ha deciso di comunicare con chi aveva partecipato all’ascolto dell’EP, ho voluto cercare di capire se anche ai concerti di Dodicianni si sussurrasse. Ma non è esattamente così: “Il mio obiettivo è un po’ quello di annullare la presenza del palco.
Perché sennò non riesco a parlarti direttamente, sennò sembro sempre il maestrino, il professorino che pontifica da un punto più alto come un tribunale, capito? E pontifica di cosa poi? Io cerco di parlare alle singole persone perché parlo di singoli episodi, di cose piccole, di cose schifose, di cose che tutti abbiamo nel nostro intimo anche se magari non lo diciamo così a voce alta. Quindi può essere una dimensione giusta quella anche di urlare, non per forza sussurrare, però a te”.
E con questa dimensione è importante fare i conti: “Cioè io ho fatto pace da tempo col fatto che non farò mai uno stadio, ma perché non è la mia dimensione, non me ne frega niente. Preferisco un pub con 100 persone che sono lì e che vogliono sentirsi dire cose brutte, o cose belle o cose terribili, però che vogliono sentirsele dire personalmente”.
E ascoltando Il Meglio Di onestamente non potrebbe essere altrimenti: sei brani intimi, che parlano direttamente all’ascoltatore, e che gli parlano di cose che chi canta ha provato personalmente, nel suo privato. Una linea malinconica li percorre dolcemente, e come ogni malinconia nasconde speranze e aspettative positive sincere perché oggetto del rovello e della riflessione di una persona. Che sia un urlo o un sussurro a trasmetterlo non è particolarmente rilevante, purché arrivino.
E arrivano, non c’è dubbio.